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Il chitarrista triestino Enrico Gottardis ha appena pubblicato “Immagini Preziose”, lavoro per sola chitarra che segue a meno di tre anni dal precedente “Ricordando voi”. Ha studiato dalla chitarra classica alla jazz passando attraverso i molteplici linguaggi dell’elettrica e nella sua musica convergono in un originale mosaico strumentale elementi tratti dal rock, dal blues, dal progressive, dal jazz e dalla classica in un processo di eccellente fusione ed amalgama. Abbiamo incontrato l’artista per saperne di più su questo suo nuovo lavoro: Enrico, come nel precedente impegno discografico, anche Immagini Preziose è un lavoro pregno di significati, emozioni, immagini come il titolo stesso suggerisce. Vorrei sapere quanto ti assomiglia questo disco… Siccome continuo ad inseguire il mio personale Sogno, con questo secondo lavoro ho semplicemente inteso dare spazio a mie nuove piccole significative “ispirazioni”. Per la seconda volta ho quindi cercato di tradurre in note, prima di tutto a me stesso, delle immagini che mi rappresentassero; credo meno nostalgiche rispetto al primo CD, ma forse ancora più introspettive. In questo senso, quanto realizzato lo devo anche a chi ha lasciato mi esprimessi incondizionatamente, con piena ed assoluta libertà: in particolare l’amico Giuseppe Farace, che sempre con grande sensibilità, professionalità e pazienza, in fase di registrazione delle tracce e successivi mixaggio, editing e mastering ha conservato e valorizzato ogni mia intenzione musicale. Di più, mi ha anche regalato un meraviglioso e suggestivo arrangiamento d’archi nel pezzo che chiude il disco.
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Hai scelto di commentare ogni pezzo con delle frasi: si completa così il cerchio artistico fra immagini evocate dalla tua musica, la musica stessa e le parole. Come dicevamo il titolo dell’album “Immagini Preziose” testimonia pienamente questo legame fra diverse forme d’espressione artistica. Raccontaci come sono nate le immagini/ musiche/pensieri dell’album Mi sono permesso di fornire una sorta di ulteriore “chiave di lettura” a delle composizioni che sono esclusivamente strumentali. Tutti i singoli titoli, un po’ anche per gioco, hanno un significato specifico. “Vibrazioni di chitarra elettrica”, ad esempio, è il titolo dell’opera dell’artista triestino Mario Calusa utilizzata per la copertina; “Aspettando domani” è un non brano che suonavo la sera, prima di andare a letto, saltellando da un pezzo all’altro senza soluzioni; “Pioggia e terra” l’ho composto dopo aver messo a dimora, appunto sotto la pioggia, un alberello di ulivo; “In quella casa dei dolci pensieri” è nata di getto pensando ad un regalo (che si vede nell’inlay dell’album) che il mio amico Paolo ha fatto tempo fa a mia figlia; un arpeggio che il giorno dopo, senza prove o studio particolari, ho registrato e che ancora mi piace per la sua diretta semplicità. Nei tuoi pezzi si respirano riferimenti classici, blues, jazz fino al rock sinfonico: cos’è che ti avvicina di più a un genere o a un altro nel comporre ed eseguire un pezzo visto che all’interno di uno stesso brano ci sono richiami a generi diversi ? Le mie influenze sono date da ormai tanti anni di attento ed appassionato ascolto e metabolizzazione di quanto, nella musica, a me piace. Amo e mi lascio coinvolgere con entusiasmo sia dal rock duro e viscerale che dal jazz più soffuso, sia dal blues scarno e sofferto che dal magniloquente progressive. Di che musica si ‘ciba’ un musicista come te che sa coniugare molteplici generi musicali ? C’è tanta splendida musica che viene ogni giorno realizzata. Bisogna avere la curiosità e spesso il tempo e la disponibilità d’animo per poterla apprezzare. I più grandi musicisti non suonano, a parer mio, un genere definito, bensì lo inventano o lo hanno già inventato. Suonano la loro musica che poi noi, giustamente, ci sforziamo di catalogare in generi. A me piace essere spiazzato, come quando in un brano di un gruppo sostanzialmente heavy metal scopro che l’assolo centrale lo suona un trombonista! E che meraviglia poterne parlare … Francesco Giordano
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